Transferre – La Metafora Alchemica

Transferre - La Metafora Alchemica

Ho già lavorato con il sale e con l’alchimia nel contesto della mostra itinerante Osservatorio 3 –Progetto Stirone- voluta dal professore Franco Marrocco e dalla professoressa Daniela Moro. A noi studenti ci è stato  richiesto di crear un’opera d’arte che tenesse conto della storia del territorio del fiume Stirone e dei due borghi di origine medioevale dove avremmo esposto, Vigoleno e Scipione, inoltre l’opera da ciascuno di noi creata doveva parlare di alchimia.

A Scipione, nel medioevo, veniva prodotto il sale grazie all’acqua salata estratta da pozzi poco distanti; a Vigoleno veniva e viene tutt’ora prodotto il vin santo. Fra questi due elementi io scelsi il sale, mi documentai sul modo in cui esso veniva prodotto a Scipione e cercai un collegamento con l’alchimia e l’arte.

Ecco la mia opera installata a Scipione.

Dai pozzi di Scipione veniva presa dell’acqua salata che si faceva bollire per farla evaporare ed ottenere come residuo il sale.

Nelle coppette che ho posto a terra e sulle alzatine in plexiglass troviamo infatti acqua salata, salamoia in due con concentrazioni diverse, ed infine sale.

Le quattro tele di sfondo simboleggiano le quattro fasi alchemiche (Nigredo, Albedo, Citrinitas, Rubedo) attraverso le quali la materia bruta viene purificata ed elevata fino ad arrivare all’oro.

Attraverso le alzatine di plexiglass ho messo in relazione l’acqua salata che si trasforma in sale e le quattro fasi alchemiche. La materia bruta-acqua salata passa attraverso le quattro fasi e si trasforma in oro-sale.

Qui di seguito la mia opera installata a Vigoleno, sopra la scala dell’entrata laterale della chiesa di San Giorgio, luogo perfetto per un’opera che parla di alchimia.

In seguito a questa esperienza, ho proseguito le mie ricerche in campo alchemico e ho deciso di parlarne nella mia tesi. Ho creato quindi per il mio progetto di tesi un’opera in cui il sale è interpretato come simbolo alchemico.

Per alchimia intendiamo solitamente una pratica che si proponeva di trasformare il piombo in oro, ma l’operare alchemico è in realtà una metafora di una trasmutazione ben più preziosa di quella del piombo in oro, ossia l’elevazione spirituale dell’iniziato a questa “scienza”, l’alchimista quindi, compiendo gesti materiali è in realtà alla ricerca dell’oro interiore. La Pietra Filosofale è il mezzo che serve a compiere la trasmutazione della materia vile in oro, ed è composta, così come tutta la materia al mondo, da sale, zolfo e mercurio. Questi tre principi fondamentali, che sono metafora di corpo, spirito e anima, sono perfettamente bilanciati nella sostanza della Pietra Filosofale. Lo zolfo, di natura ignea e il mercurio, acquoso e umido, non riuscirebbero mai ad unirsi se non intervenisse il sale, elemento neutro, a bilanciarli.

La mia opera vuole esporre il lavoro dell’alchimista alla ricerca della Pietra Filosofale che lo condurrà all’oro. Il tavolo è simbolo del lavoro, in questo caso dell’operare alchemico, per la sua realizzazione mi sono ispirata al tavolo alchemico di Lucas Martin.

Il mio tavolo è trasparente così come gli alambicchi che contengono le sostanze in trasformazione. Esso, come un grande alambicco, contiene i tre elementi costituenti la materia, lo zolfo, il mercurio e il sale, allo stato naturale di minerali (il mercurio viene estratto dal cinabro, minerale che compare nella mia opera al posto del mercurio puro). Essi sono inglobati nel piano per far bene intendere che il tavolo stesso è costituito da questi tre elementi.

Il piano del tavolo è trasparente come un alambicco, ma anche come la materia che si cristallizza prima di diventare la Pietra Rossa (Filosofale). La cristallizzazione della materia avviena attraverso quattro fasi che sono il fondamento e il sostegno del lavoro alchemico. Queste quattro fasi hanno il nome che deriva dal colore che assume la materia quando le attraversa: Nigredo-nero, Albedo-bianco, Citrinitas-giallo, Rubedo-rosso. Ecco perché le gambe che sorreggono il piano del tavolo propongono questi quattro colori. Se ci si avvicina al piano del tavolo si noterà, guardandolo dall’alto, che la materia interna delle gambe è trasparente: è sempre la stessa materia che costituisce il tavolo e che fluisce nelle fasi. Il tavolo poggia su una pezza di lino grezzo, lo stesso tessuto che una volta serviva per i sudari, e di cui è composta la Sindone. Stendendolo a terra sotto il tavolo ho voluto ricordare la morte necessaria per poter rinascere a vita nuova, concezione che è alla base del ragionamento alchemico.

Le pietre incastonate nel piano del tavolo formano un triangolo equilatero simboleggiante la perfetta uguaglianza tra di essi e il loro bilanciamento nella Pietra Filosofale. Così disposte, le tre pietre, fanno riferimento ai loro tre simboli che, uniti tra di loro, sopra al tavolo, sono la rappresentazione simbolica della Pietra Filosofale. Notiamo come zolfo e mercurio siano bilanciati dal sale che prende posto tra di loro come mediatore, il simbolo della Pietra Filosofale è posto in alto, sopra il tavolo per dare l’idea dell’elevazione e per creare ancora una volta, visivamente, un triangolo con base il lino-sudario. Il triangolo è simbolo del divino e della Trinità, la trinità alchemica zolfo-spirito, sale-corpo e mercurio-anima, non è altro che lo specchio della realtà trinitaria superiore, quella divina costituita da Padre, Figlio e Spirito Santo. Il simbolo della Pietra filosofale è realizzato in oro con un’anima in argento. Sono questi i due metalli nobili dell’alchimia e sono metafora dei principi maschile (oro) e femminile (argento) che si trovano uniti nella figura dell’ermafrodito. Solo dall’unione di questi due opposti si può raggiungere la Pietra Filosofale ed è per questo che il suo simbolo è realizzato in argento-femmina e ricoperto in oro-maschio. L’argento si trova all’interno dell’oro che ne riveste l’esterno, anche questo aspetto ha una spiegazione. Al principio maschile-oro è collegato anche lo zolfo attivo e quindi lo spirito, invece, al principio femminile è collegato sì l’argento, ma anche il mercurio (dagli alchimisti chiamato anche argento vivo) e quindi l’anima. Burckhardt scrive: “Il carattere “maschile” dello zolfo si rivela nella sua natura ignea e nella sua capacità di “fissare” e di “colorare” il mercurio (Titus Burckhardt, Zolfo, Argento vivo e Sale, in Alchimia, Significato e visione del mondo, Milano, Archè Edizioni PiZeta, 2005, p.127.)”.

L’anima passiva riceve la forma dallo spirito oppure, per esprimermi in modo diverso, l’anima si conforma alla volontà spirituale. Tornando al simbolo della mia opera, l’argento-anima è colorato e formato dallo spirito-oro. È per questo che uso la frase: “Il simbolo della Pietra Filosofale è realizzato in oro con anima d’argento”. L’anima attraverso lo spirito si realizza. 

Ho deciso di creare questo simbolo con i metalli nobili e non in vetro rosso, come pensavo inizialmente, perché volevo che la mia opera presentasse tutto il processo della Grande Opera alchemica e che non si fermasse unicamente alla realizzazione della Pietra Filosofale, che non è l’oro, ma è il mezzo per giungervi. Infatti, se il simbolo fosse stato realizzato in vetro rosso avrebbe semplicemente esplicitato quello che rappresenta, ossia la Pietra Filosofale che è rossa e cristallina. Invece, realizzato in argento e oro esso mostra la meta a cui egli porta.

Ultimo elemento della mia opera è il cumolo di cenere posto sotto al tavolo. La cenere è un elemento simbolico di fondamentale importanza nella metafora alchemica. La cenere indica la combustione attraverso la quale deve passare la materia per essere redenta, è il residuo fisso di questa combustione. Burckhardt scrive ancora: “il Sale è la cenere residua e serve a fissare lo spirito volatile” (Titus Burckhardt, Zolfo, Argento vivo e Sale, in Alchimia, Significato e visione del mondo, Milano, Archè Edizioni PiZeta, 2005, p.134).

Quindi la cenere è semplicemente un’altra forma del sale, elemento neutro e fisso che non è possibile bruciare ulteriormente. Voglio ricordare a questo proposito quello che ho scritto nella mia tesi: le popolazioni che vivevano lontane dai centri di produzione del sale, in tempi antichi, solevano bruciare piante e/o alghe ottenendo così dalla cenere rimanente il prezioso condimento. La cenere è presente anche nell’Athanor, il forno in cui si coagulava e si trasmutava la materia. L’Athanor doveva avere in sé tre calori che garantivano la riuscita dell’operazione e la conservazione dell’uovo di vetro che conteneva la materia da trasformare, una minima variazione e il vetro si sarebbe spaccato. Il primo calore era quello vivo del fuoco che ardeva alla base del forno.

L’uovo di vetro era adagiato nella cenere che garantiva un calore uniforme, non potendosi di nuovo incendiare. Infine, il terzo calore era quello che si generava nella sostanza in trasformazione.

Nella mia opera la cenere assume però un ulteriore significato. L’opera alchemica è una continua ascesi e ricaduta, è perennemente circolare, infatti simbolo dell’Opera è l’Uroboros il serpente che si mangia la coda. La materia vile è mortificata, resuscitata, redenta ed elevata, ricade in seguito di nuovo sulla terra per riprendere a far parte nuovamente del processo di morte-rinascita. Questo processo è anche rappresentato dalla fenice, il cui nome deriva dal greco e significa rosso, e la Pietra Filosofale è proprio rossa. La Fenice è un uccello meraviglioso che prende fuoco nell’ora della sua morte e che rinasce dalle sue proprie ceneri.

Ho scelto quindi di porre sotto il tavolo, sede del lavoro alchemico, un mucchio di cenere, per ricordare la combustione necessaria e il continuo processo di morte e rinascita che l’alchimia si propone di accelerare e per ricordare ancora una volta l’importanza vitale del sale, sia nella nostra realtà quotidiana, sia per il raggiungimento della Pietra Filosofale.